Archivio trentino

Periodico cartaceo

Archivio trentino 2/2014

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Archivio trentino 2/2014

Indice

1914-2014: cent’anni dallo scoppio della Grande Guerra 

  • La disputa sui confini: cultura geografica e passione politica in Cesare Battisti, di Vincenzo Calì
     «Nel 1915 nell’ultima lettera al figlio Luigi, che giovanissimo agognava di indossare la divisa grigioverde, Cesare Battisti rispondeva che a breve il compito dei giovani sarebbe stato quello di ricostruire il Trentino, ridotto dalla guerra a un cimitero. Nel contempo, il geografo di Trento arrivò ad affermare che in caso di ritorno dei ‹figli di Armino› anche dopo l’auspicata vittoria delle truppe italiane, non sulle balze prealpine, ma al Brennero, egli si sarebbe trovato nuovamente pronto a combattere, per il finis finium, assieme al figlio. Di lì a un quarto di secolo la profezia si avverò, e furono le donne e gli uomini della Resistenza, e fra questi Luigi Battisti, a tener testa «sul valico alpino» alla prepotenza germanica». [...] 
  • Un inviato speciale alla porta d’Italia, di Maurizio Ferrandi
     «Sono passate da poco le tredici di domenica 24 aprile 1921, quando, in piazza delle Erbe a Bolzano, scoppia il finimondo. Da un lato, ci sono i figuranti in costume e le bande musicali che stanno sfilando in corteo per celebrare l’apertura, per la prima volta dopo la guerra, della fiera cittadina. Un folto pubblico è venuto da tutta la provincia per visitare i padiglioni e vedere la sfilata. A guastare la festa, un centinaio di fascisti arrivati a Bolzano alle otto del mattino, provenienti dal Trentino, da Verona, da altre località del Veneto e della Lombardia. Al comando delle squadre un ex capitano dei bersaglieri, Achille Starace inviato, da Benito Mussolini, a organizzare le camicie nere del Trentino Alto Adige». [...]

 Miscellanea

  •  Un ‹simplicista› fiammingo alla corte dei Medici: note su Giuseppe Casabona «servitore de virtuosi», di Giuseppe Olmi
    «Fra i tanti stranieri dediti allo studio della natura, e in particolare del regno vegetale, che transitarono e/o operarono in Italia nel corso della prima età moderna (spesso frequentando i corsi di medicina in celebri università quali quelle di Padova e Bologna), Giuseppe Casabona, pur non avendo pubblicato alcuna opera, si distinse certamente per le sue competenze, peraltro assai apprezzate al di qua e al di là delle Alpi. Sul personaggio siamo oggi abbastanza informati grazie soprattutto ai fondamentali studi di Lucia Tongiorgi Tomasi al cui impulso si deve anche l’acquisto da parte dello Stato italiano di un prezioso codice, a lui appartenuto, comparso sul mercato antiquario nel 1992 e formato da 153 tavole di piante miniate1. Fiammingo di nascita, Jodocus de Goethuysen (che poi italianizzò il suo nome in Giuseppe Casabona o Benincasa) dovette giungere a Firenze negli ultimi anni di regno del granduca Cosimo I, il cui interesse per le essenze vegetali e per i loro usi terapeutici si era già manifestato chiaramente con la creazione, nel 1544, dell’orto botanico di Pisa e, poco dopo, di quello fiorentino, affidandone la direzione al botanico imolese Luca Ghini». […] 
  • Battaglia antispontaneista e origine della galle in Redi e Malpighi, di Dario Generali
     «Per le scienze naturalistiche e della vita della seconda metà del Seicento il modello delle ‹reiterate esperienze› e le tecniche di isolamento dei reperti utilizzate da Francesco Redi per illustrare il ciclo biologico e riproduttivo delle mosche, con la conseguente falsificazione del paradigma della generazione spontanea degli organismi cosiddetti imperfetti, era sicuramente il solido punto di partenza dal quale muovere a sostegno della tesi della generazione parentale di ogni vivente e di un’uniformità meccanicistica delle leggi di natura, che non potevano tollerare deroghe nei loro principi fondamentali. Tale evidenza sperimentale, chiaramente illustrata nelle opere dello scienziato aretino, richiedeva però un notevole perfezionamento per tutte le situazioni riproduttive non ancora chiarificate dalla ricerca naturalistica, attraverso l’illustrazione dei cicli vitali di insetti e piante per le quali la mancata illustrazione dei modelli di riproduzione costituiva un evidente limite all’universalità e alla necessità dell’azione parentale e, con esse, all’assunto dell’uniformità delle leggi della natura». […]
  • Dallo stomaco al cervello: l’ipocondria in Bernard Mandeville, di Matteo Revolti
     «Al lettore inglese appassionato di medicina non sarà sicuramente sfuggito l’annuncio pubblicato il 2 marzo 1711 sul Daily courant che lo informava sull’uscita imminente del Treatise of the hypochondriack and hysterick passions. Autore delle duecentottanta pagine di questo trattato era il quarantunenne olandese Bernard Mandeville, giunto a Londra nell’autunno del 1693. Nei primi anni dieci del Settecento Mandeville non era ancora salito agli onori della cronaca per la più nota e controversa Fable of the bees e il suo nome circolava a Londra solamente per alcuni pamphlets e una traduzione dal francese delle favole di La Fontaine. Eppure, l’annuncio pubblicato sul Daily courant forniva ai lettori un prezioso dettaglio sull’autore del Treatise, affiancando al suo nome la sigla di Medicinae Doctor (MD) che ne esplicitava la professione medica. L’uso di questo acronimo, che Mandeville non riproporrà così generosamente in altri scritti, esprimeva il desiderio dell’autore olandese di farsi conoscere al pubblico non solo nelle vesti di saggista, ma anche in quelle istituzionali di medico. Mandeville infatti, prima ancora di essere l’autore del celebre motto private vices public benefits, fu un medico che dedicò gran parte della propria vita allo studio delle malattie nervose». […]
  • Rilevare, misurare, rappresentare il territorio: l’Atlas Tyrolensis di Peter Anich e Blasius Hüber, di Luigi Blanco
     «Da tempo, il motto Bella gerant alii, tu felix Austria nube, sul quale si era costruita la strategia politica della casa d’Austria, aveva rivelato tutte le sue ambiguità e debolezze. Le alleanze matrimoniali, abilmente tessute, che avevano consentito, a partire dal tardo Medioevo, il rafforzamento e la proiezione europea della dinastia degli Asburgo1, si erano rivelate inadeguate di fronte al prorompente e inesorabile processo di formazione degli stati nell’Occidente europeo e ai sommovimenti provocati, da ultimo, sul continente dalle guerre di successione. Dalla fine del sogno della monarchia universale alla conclusione della devastante Guerra dei trent’anni, con le conseguenze che ne erano sortite per quanto concerne l’equilibrio del sistema europeo degli stati e ancora più sul piano interno della costituzione dell’Impero, che avevano consegnato un ruolo di primo piano ai ceti imperiali nella costruzione dello Stato, era risultato chiaro che il ‹farsi stato› dell’Austria, estremamente complicato dalla sua duplice vocazione imperiale e statale, sarebbe passato solo attraverso una radicale riforma delle sue strutture costituzionali e amministrative. In questo contesto, che coincide con la grande opera riformatrice avviata da Maria Teresa e proseguita dal figlio, l’imperatore Giuseppe II, si colloca l’impresa cartografica dell’Atlas Tyrolensis, minuziosa rilevazione e mappatura di uno dei territori più importanti della casa d’Asburgo, per la sua funzione di ponte e collegamento tra i domini orientali e quelli occidentali. Impresa che può considerarsi il frutto maturo di quella ‹rivoluzione cartografica› che ha contribuito alla formazione degli stati europei, influenzando il mondo intero». [...]
  • Govi professore, di Edvige Schettino
     «Gilberto Govi (1826-1889) fu una figura d’intellettuale e di scienziato molto importante nell’Italia post-unitaria, sia per l’insegnamento della fisica sperimentale, che praticò negli atenei di Firenze, Torino e Napoli, sia per il ruolo che ebbe nell’organizzazione culturale e scientifica della giovane Italia. È mancato a tutt’oggi un lavoro complessivo su Gilberto Govi; il suo copioso carteggio è stato solo in parte pubblicato1 e le biografie anche recenti lasciano punti non chiariti, soprattutto per quel che riguarda la formazione scientifica in Padova e in Parigi. Govi fu ideatore e costruttore di nuovi strumenti scientifici, esperto bibliofilo e cultore della storia della scienza; promosse e sostenne, sin dall’inizio, l’edizione nazionale delle opere di Galileo Galilei, di cui fu curatore scientifico. Fu un fervente mazziniano e da giovane partecipò ai moti risorgimentali del 1848 a Padova, ove si era trasferito per seguire gli studi universitari». [...]
  • Mundus est fabula: la cosmologia e i grandi interrogativi, di Mauro Stenico
     «Nel quadro Portrait of René Descartes (1649), di Jan Weenix (1621-1661), Cartesio (1596-1650) tiene in mano un libro aperto con scritto «mundus est fabula». Fonte di inesauribile ispirazione, «le monde est une belle histoire que chaque génération s’efforce d’améliorer», diceva Georges Lemaître (1894-1966), sacerdote belga annoverato tra i padri della cosmologia moderna. Per la narrazione cosmica l’uomo si serve di un ‹modello›, ossia di un costrutto razionale dotato di un linguaggio, verbale o non verbale, che renda accessibile all’intelletto l’oggetto esaminato consentendo di indagarne cause, proprietà e possibilmente fare previsioni. Renato Mazzolini notava che un modello cosmologico non condensa solo dati, ma anche questioni di fondo, ad esempio quelle dell’origine e del futuro. Secondo la teoria del Big Bang, il paradigma astrofisico attuale, l’Universo nacque da una catastrofica esplosione avvenuta per ragioni ignote circa 13-14 miliardi di anni fa: da allora, per effetto dello scoppio, il Cosmo sarebbe in espansione». […]
  • Microscopic truths: the multiple realities of the Golgi apparatus, di Ariane Dröscher
     «At all times philosophers, poets, artists and men of science have questioned themselves about evident and intrinsic truths, and have worried about the relationship between visibility and reality. Empiricists trust in their senses, but the question remained open what kind and to which extent experience is trustworthy. The microscopical sciences played a very special role in this debate. Researchers relying on observational data hoped to ‹see better› inventing optical instruments. Yet the device created a technical as well as a conceptual gap between the eye and the research object that further complicated the approach towards scientific truth. The higher the resolution power of these instruments, the more they immersed the researchers into a world that is inaccessible to any sense but the eye. Renato Mazzolini has demonstrated for the early period of microscopy that the loss of tangibility was actually perceived as a big problem». […]
  • Cellule e ordine sociale: il dibattito italiano sulle cellule staminali, di Lorenzo Beltrame
     «Nel 1983 Renato G. Mazzolini pubblicò Stato e organismo: cellule e individui nell’opera di Rudolf Virchow negli anni 1845-1860. In questo lungo saggio, Mazzolini mostrò che l’idea di individuo, di Stato e del particolare rapporto tra queste entità, maturata da Virchow (ovvero la sua concezione politica) si concretizzò in una serie di metafore e analogie che avevano un «senso esplicativo ed euristico» nella sua teoria dell’organismo multicellulare come un’istituzione sociale dove le cellule sono «pensate simili a individui-cittadini di uno Stato democratico»1. Mazzolini dunque, dimostrò come le idealità politiche possono avere un ruolo generativo sulla formazione delle teorie scientifiche. Il tema dei rapporti tra politica e scienza è, da tempo, il cuore di quel campo di studi interdisciplinare noto come Science and Technology Studies (STS). In particolare, gli STS hanno affrontato l’analisi sistematica del rapporto mutualmente costitutivo tra la conoscenza sul mondo naturale e l’ordinamento delle comunità politiche umane». […]
  • Innovation through mobility: the scientific diaspora in a historical perspective, di Luca Ciancio
     «The phenomenon of the mobility of technicians and natural philosophers took on a new relevance for the history of science when historians stopped being primarily interested in disembodied ideas and came to be aware of the decisive role played by ‹practitioners› –craftsmen, engineers, surgeons, pharmacists – in laying the foundations for modern science1. Since then, the theme of the encounter/clash between the former group and the ‹philosophers› – professors of natural history, medicine and mathematics – became a central aspect in the discussion about the so-called Scientific Revolution». […]
  • Le donne non ci vogliono più bene: i canti della Repubblica sociale italiana di Salò, di Giacomo De Marzi
     «Curioso destino, quello toccato in sorte ai canti della Repubblica sociale italiana. Come da regolamento, furono composti per dare testimonianza e per mettere in risalto le virtù militari delle varie filiazioni della Repubblica. In quelle canzoni c’era di tutto: la mitraglia, ilcannone, l’assalto; erano divenute una consuetudine nella loro vita. Secondo i legionari avrebbero dovuto portare un’aria nuova, un nuovo brio: «Erano giovani petti che le cantavano, i volti rispecchiavano la fiducia nell’avvenire, la coscienza della propria forza, della propria volontà». Ma così non fu. Dell’ambizioso disegno non restarono che pallidi documenti, perché quella letteratura ebbe eco inadeguata. Furono canti quasi ignorati dai contemporanei, incompresi e trascurati anche nel dopoguerra, quando nei raduni ‹nostalgici› si preferì intonare quelli meno cupi del trascorso Ventennio. Tutto sommato, quel canzoniere ‹repubblicano› rimase pressoché sconosciuto: trovò, tuttavia, il modo d’essere ricordato e di riemergere con rinnovata apologia, quando giunse a occupare una collocazione nazionale che lo rese visibile. Solo allora, nel tentativo di risalire la china, risuonarono di nuovo i canti ‹classici› più noti, ossia Le donne non ci vogliono più bene e l’Inno della X MAS». [...]
  • Memoria letteraria e rimosso bellico: l’esperienza dei militari italiani internati nei lager nazisti, di Enrico Meloni
     «La firma dell’armistizio con gli angloamericani, resa nota l’8 settembre 1943, ebbe come immediata conseguenza il totale sbando delle truppe italiane e il disarmo da parte tedesca di circa ottocentomila soldati italiani dislocati nella Penisola e in diverse zone d’Europa.
     I militari arrestati furono trasferiti in campi d’internamento in Germania e posti di fronte a una scelta: optare per il nazifascismo o rimanere nei lager. La gran parte (oltre seicentomila) decise per questa seconda soluzione, nonostante le difficili condizioni di vita cui sottostare. A quanti restarono fu assegnata la qualifica di internati militari italiani (IMI), negando loro, in questo modo, lo status di prigionieri di guerra e, quindi, l’applicazione delle regole della Convenzione di Ginevra. Nell’autunno del 1944 lo status fu ulteriormente modificato in lavoratori civili. Benché le condizioni d’internamento degli IMI non possano in alcun modo essere assimilate a quelle dei campi di sterminio, il bilancio finale fu ugualmente pesante: in meno di due anni, la contabilità dei morti fra gli internati militari italiani oscillò in percentuale fra il 5% e il 10%, senza ovviamente tener conto delle tardive conseguenze, talvolta letali, patite da coloro che riuscirono a fare ritorno». […]
  • I territori italiani nella mobilitazione civile per la ex-Jugoslavia: i caratteri dell’esperienza trentina, di Marco Abram
     «Il 25 giugno 1991 Slovenia e Croazia proclamarono la propria indipendenza dalla Repubblica federativa socialista di Jugoslavia, inaugurando l’effettivo processo di disgregazione del maggiore paese dell’Europa Sud-orientale. Nel corso dei dieci anni successivi l’area fu sconvolta da conflitti armati in Croazia, Bosnia-Erzegovina e Kosovo che riportarono la guerra sul continente europeo dopo decenni di congelamento della contrapposizione tra i blocchi. Mentre gli sforzi della comunità internazionale e delle diplomazie si dimostrarono insufficienti nel tentativo di arginare le ostilità, si affermò un vasto e inedito attivismo da parte della società civile, volto ad aiutare e sostenere le popolazioni colpite dalla guerra. In particolare i paesi geograficamente più vicini ai territori ex-jugoslavi – tra i quali l’Italia – conobbero una mobilitazione che vide migliaia di persone coinvolte in iniziative umanitarie, di diplomazia dal basso e solidarietà. Tali esperienze civili attraversarono l’ultimo decennio del XX secolo, inserendosi compiutamente nelle dinamiche transnazionali che avrebbero portato nei primi anni duemila diversi studiosi a discutere della potenziale affermazione di una vera e propria «società civile globale». Solo in tempi recenti, tuttavia, i caratteri dell’esperienza di mobilitazione in ex-Jugoslavia hanno cominciato a essere oggetto di studio». [...]

Note e recensioni

  • La storia attraversa i confini: esperienze e prospettive didattiche, di Tommaso Baldo